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runes order - the hopeless day

runes order - the hopeless day

Una perla in ambito dark-cold-electronic questo The Hopeless Day dei Runes Order, alias Claudio Dondo, che in questo  esigente ed ambizioso capitolo della sua saga si avvale della preziosissima collaborazione di Trevor (Northgate e Camerata Mediolanense). Cavalcate elettroniche, tappeti analogici e cupe trame campionate a dovere con l’immancabile tocco cinematrografico, che trova giustificazione nella passione di Dondo stesso per il cinema cult-horror.

Nonostante sia presente in maniera massiccia, la tecnologia non sembra essere di questa esistenza; l’intero lavoro mi ha lasciato addosso uno strano senso di piacevole masochistica malinconia retrò, come un lungo e passato rimpianto che rifiuta il presente di questo mondo.

Il disco intero, quasi del tutto strumentale, disegna miriadi di origami e sfumature e ad ogni ascolto sembra mostrare uno strato diverso della sua pelle, che in maniera fiera e tenace resiste alle frustate che il tempo in cui stiamo vivendo le infierisce, senza pietà.

E’ una dimensione parallela, quella dei Runes Order, sospesa senza una precisa identità, armonica e negativa, dove l’elettronica domina ma non per questo sintetizza, svilisce o semplifica l’intero concept, anzi, ne traccia percorsi tortuosi ed angoscianti.

Ad ogni ascolto potreste trovarvi di fronte ad una strada dimenticata o mai esplorata, superficialmente tralasciata; come se un serial killer vi attendesse dietro all’angolo sul fondo della strada a vostra completa insaputa.

Presente anche After The Passing, cover dei Malombra interpretata magistralmente da Daniela Bedeski (anche lei membro dei Camerata), ennesimo gioiello presente in questo The Hopeless Days che condensa attorno a sè un’atmosfera fredda, horrorifica, retrò, nichilista, apocalittica… Arduo cercare di sintetizzare, ma affascinante provarci, come l’attesa di un nuovo rivelatore ascolto.

Fate vostra questa gemma, da ascoltare al buio, guardandovi le spalle.

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My Dying Bride - Evinta

My Dying Bride - Evinta

Evinta non è un nuovo album dei My Dying Bride, in quanto raccolta di nuove composizioni, ma una sorta di rivisitazione in chiave sinfonico-orchestrale di tutto quello che la band inglese ha concepito e partorito in questi 20 anni di attività.

Il risultato finale può essere però paragonabile a quello di un nuovo album: non più chitarre da atmosfere pesanti, claustrofobiche e doom, non più scream vocali, ma pianoforte, violini e tastiere ad accompagnare l’ascoltatore in un viaggio gotico e drammatico preso per mano dal vocalizzo teatrale e sentenziante di Aaron; la presenza di una voce femminile (la mezzosoprano francese Lucie Roche) non sembra rassicurare ma bensì proiettarci in una dimensione onirica fuori dal contesto musicale.

Qualcuno può leggere in tutto questo una mancanza di ispirazione della band, ma l’esperimento almeno desta curiosità e il fascino e l’eleganza di alcune composizioni è innegabile.

Tagliato per titoli di coda di un tragico film gothic-noir, in alcuni momenti sembra avvicinarsi agli Elend meno sperimentali, in altre (in Of Lilies Bent With Tears soprattutto) agli Arcana, ma tutta la realizzazione merita di essere ascoltata fino in fondo nonostante il rischio di arrivare stremati sia ben evidente, così come la sensazione di una vanità fine a se stessa.

The Distance, Busy With Shadows è uno degli episodi migliori di questo intenso e pretenzioso lavoro mentre la conclusiva A Hand Of Awful Rewards è un gioiello che lascia senza fiato e speranze, dove anche il meno sensibile di noi rischia di versare lacrime.

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Ulver - War of the Roses
Ulver – War of the Roses

Ammetto di essere grande estimatore delle evoluzioni dei “lupi norvegesi” Ulver e di aver seguito fin dall’inizio il loro percorso musicale, mai lineare, sempre sorprendente e spiazzante, tanto da etichettarli (che brutta parola…) come all’avanguardia in un panorama musicale estremo così desolante come quello attuale. Sono stato anche uno dei pochi fortunati ad averli visti in entrambi i loro unici due concerti italiani. E mentre un anno fa tornai esaltato dalla loro esibizione live al teatro Rasi, poche settimane fa sono rimasto invece perplesso dalla loro performance al Bronson, sempre a Ravenna.

Per prima cosa ho avuto la prova che una band del genere sia da ascoltare seduti comodamente lasciando che la mente e le immagini che partorisce possano viaggiare libere ed indisturbate, senza nessuna distrazione di sorta che comporta il restare in piedi o non riuscire ad essere coinvolti in pieno dalle proiezioni visive tanto care ai nostri norvegesi. Delusione quindi nell’ascoltare dal vivo questo War of the Roses con la riproposizione di un solo vecchio brano (Hallways of Always). Mentre tornavo a casa consolato dalla splendida maglietta ULVER appena acquistata, mi sono messo all’ascolto con più attenzione del disco senza trovare però quella soddisfazione che mi aspettavo. Il precedente Shadow of the Sun ancora una volta aveva spiazzato le mie orecchie, scivolando in un dolce e rassegnato intimismo lasciandomi buonissime sensazioni di fondo, ma in ogni album degli Ulver sono sempre stato abituato a non vivere di vecchi ricordi. Quello che mi è sempre piaciuto della band di Kristoffer Rygg è proprio il fatto di non sapere mai cosa attendermi; è quella eccitazione che solo l’ignoto sa darti.

La produzione del disco è di John Fryer (Depeche Mode, Cocteau Twins, Swans) e la partenza con February MMX ha il sapore di un già sentito tanto risulta simle ad una Lost in Moments svuotata di ogni sussulto, ma soprattutto (cosa più grave per me) resta un episodio completamente avulso dal resto del disco tanto da sembrare un brano “riempitivo” invece del singolo che ha lanciato l’album su Facebook. Con Norwegian Gothic mi torna un po’ di buonumore: brano non lineare, noir e bizzarro, e la sua distorsione è così piacevole da meritare ben più di un ascolto e questo non può che farmi felice. L’intimismo di Providence riporta per un attimo alle atmosfere di Shadow of the Sun e la voce femminile è una dolce carezza, September IV ha un incedere malinconico che si fa aprezzare fin da subito, ma solo da metà brano in poi sprigiona la sua parte migliore. England ha il sapore di un brano interlocutorio mentre Island è un gioiellino avant-garde che finalmente mi lascia spiazzato riportandomi alle emozioni forti e contrastanti di Blood Inside. La voce di Daniel O’Sullivan regna nella “suite” finale, la minimale e sacrale Stone Angels, brano che dal vivo mi ha quasi commosso anche se sul disco quei 15 minuti finiscono per essere un po’ troppo lunghi (sui 45 totali del cd) nonostante un finale davvero da brivido.

Continuerò ad amarli, questo è sicuro ma non posso ammettere di essere rimasto deluso e, nonostante il merito che (forse) avrà nel proiettarli verso una fetta di pubblico più ampio, fa segnare, per il sottoscritto, un piccolo passo indietro rispetto alle mie febbricitanti attese.

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