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Money For Nothing
Money For Nothing

Verso la metà degli anni 80 l’immagine del rock stava cambiando profondamente, i video stavano diventando parte integrante della musica e questo celebre brano dei Dire Straits segnò inesorabilmente questo passaggio. Money For Nothing è caratterizzato da un solido riff di chitarra che lo accompagna dall’inizio alla fine e dal falsetto interpretato da Sting che irrompe con la frase “I want my MTV”.

Il testo di Mark Knopfler è scritto in terza persona e riporta frasi che il chitarrista si appuntò ascoltando un operaio durante un turno di lavoro in un negozio di elettronica di New York in cui si trovava per puro caso. Queste frasi furono considerate sessiste, razziste e omofobiche dalla critica, Knopfler le difese in quanto estratte da un contesto reale e non espressione del suo pensiero, ma fu costretto a sostituire il termine “faggot” con “queenie”, comunque correlato all’omosessualità ma considerato meno offensivo.

    Mark Knopfler
Mark Knopfler

I Dire Straits proposero la versione rivista del brano in alcune apparizioni live di quel periodo per non fomentare ulteriormente la polemica che inaspettatamente, dopo 25 anni, ha ripreso corpo in Canada per mano del Canadian Broadcast Standards Council (CBSC) che nel gennaio del 2011 vietò alle radio private di passare la versione originale del brano sempre a causa di quella parolina considerata eccessiva. Alcune emittenti, per protesta, passarono la versione originale per un’ora intera, e dopo pochi mesi, nel settembre dello stesso anno, il divieto fu definitivamente rimosso.

Se il testo diede grossi pensieri a Knopfler, sicuramente non fu da meno la strategia promozionale che i suoi produttori gli proposero. Mark è sempre stato un purista della performance e quando Steve Barron lo raggiunse a Budapest dopo un concerto per illustrargli il progetto che Warner Bros ed MTV prospettavano per il video della canzone, egli non tradì la sua perplessità e solo l’entusiasmo della sua sua fidanzata presente all’incontro gli fece accettare il rischio.

Il video di Money For Nothing risultò essere uno dei primi esperimenti assoluti nell’impiego dell’allora nascente computer grafica nella realizzazione di clip musicali. Nel 1986 ricevette molte nomination agli MTV Music Video Awards finendo poi per incassare il premio come miglior video e l’anno successivo, esattamente il 1 agosto 1987, il video fu scelto per aprire le trasmissioni della neonata MTV Europe.

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Body Count
Body Count

Fatti di cronaca e film di Spike Lee ci hanno insegnato che tra polizia e certe frange di popolazione di colore non è mai corso buon sangue, vuoi perchè la prima è sempre stata vista come il braccio armato della componente bianca che continua ad opprimere i neri, vuoi perchè la seconda ha spesso colpevolmente mancato di sfruttare i diritti ottenuti col sangue dalle precedenti generazioni, preferendo rimanere isolata nel nome ma non nel rispetto di quelle battaglie.

L’inizio degli anni 90 vide esplodere questa tensione e l’elemento scatenante fu ciò che avvenne in seguito all’arresto di Rodney King, un americano di colore che il 3 marzo 1991 fu fermato dal LAPD di Los Angeles per eccesso di velocità in seguito al rifiuto di accostare intimatogli da una pattuglia. King resistette all’arresto e subì un pestaggio da parte di 4 poliziotti che venne casualmente ripreso da un passante e assunto come prova principale nel successivo processo ai danni degli agenti accusati di brutalità. King ne uscì con le ossa rotte ma sopravvisse.

L’anno seguente, un primo verdetto impensabile assolse i 4 agenti: lo stesso presidente Bush dichiarò che gli risultava difficile associare la sentenza alle immagini dell’accaduto. La rappresaglia della comunità nera di Los Angeles fu devastante: per tre giorni la città fu messa a ferro e fuoco, morirono 53 persone, i feriti furono più di 2000, solo un appello alla non violenza in diretta TV per bocca del malconcio Rodney King riuscì a riportare gradualmente la calma.

Rodney King Beating
Rodney King Beating

Nella primavera del 1992 il gruppo metal rap Body Count uscì con l’album omonimo contenente il brano “Cop Killer”, scritto nel 1990 dal cantante Ice T e musicato dal chitarrista Ernie C, ispirandosi al celebre pezzo dei  Talking Heads, Psycho Killer. Il largo seguito della band tra le minoranze di colore e la concomitanza degli eventi finirono per sbattere i Body Count sul banco degli imputati: l’opinione pubblica era scandalizzata dal testo del brano, perfino la Casa Bianca, soprattutto per bocca del vice presidente Dan Quayle, intervenne per indurre la Warner Bros. Records a ritirare l’album. Molte associazioni legate alle forze dell’ordine si schierarono contro la casa editrice e gli esercizi che vendevano il disco incriminato minacciando di boicottare eventuali richieste d’aiuto qualora Cop Killer non fosse stato rimosso dagli scaffali.

Ice T sostenne che il testo riportava il pensiero di un personaggio immaginario e che lui semplicemente lo interpretava in prima persona. Ammise di aver avuto talvolta dei “pensieri ostili” nei confronti delle forze dell’ordine, ma di non aver mai tentato di dare sfogo a tali istinti. Una parte dell’opinione pubblica, tra cui il National Black Police Association, si schierò con i Body Count in nome della libertà di espressione sancita dal Primo Emendamento: il mondo della musica già in passato si era manifestato in maniera ostile verso i “custodi dell’ordine e della giustizia”, come nel caso di “I Shot The Sheriff” riproposta anche da Eric Clapton, senza che si scatenasse questo pandemonio.

Ice T - Law & Order
Ice T – Law & Order

Nel luglio del 1992, quando ormai le polemiche avevano sovrastato il clamore e l’apprezzamento per il brano, Ice T, in accordo con la band e la Warner Bros, decise di ritirare l’album e ripubblicarlo privo della traccia incriminata che avrebbe dovuto uscire da sola, come singolo. In realtà la band lasciò l’etichetta e l’unica riproposizione di Cop Killer è del 2005, in “Body Cont: Live in LA”.

Sebbene siano passati quasi 20 anni l’eco di quel periodo non tende a scemare e la curiosità di altre band e di molti fan, anche i più giovani, è rivolta a quella canzone, che aveva sì l’energia di un gruppo emergente, ma che si trovò ad essere maledettamente attuale suo malgrado: in una recente intervista Ernie C la definisce come una classica cosa senza mezze misure, che si ama o che si odia. Pensate che Ice T adesso fa lo sbirro in Law & Order.

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No Brown M&M's
No Brown M&M’s

Eccessi e stravaganza sono sempre andate a braccetto nel mondo del rock: spesso dietro a testi duri e look trasgressivi si nascondono primedonne scaramantiche e viziate disposte a scenate isteriche qualora ne vengano disattese anche le più banali aspettative.

Proprio su questa lunghezza d’onda, venne percepita la volontà, da parte della band americana hard-rock dei Van Halen, di inserire una curiosa clausola nella parte tecnica del contratto che legava il gruppo alla locale organizzazione dei concerti: in una nota si prevedeva la presenza nel backstage di una grossa ciotola contenente M&M’s di tutti i colori tranne il marrone: un eventuale inadempimento da parte dell’organizzazione avrebbe messo la band nelle condizioni di poter decidere se cancellare o meno lo show pur mantenendo il compenso pattuito.

Il punto di non ritorno fu il concerto che avrebbe dovuto tenersi il 30 marzo 1980 alla Colorado State University, Pueblo, CO. Il palco non resse il peso dell’attrezzatura provocando $85000 di danni al pavimento della palestra. David Lee Roth e gli altri componenti della band si accorsero che nella ciotola c’erano anche delle M&M’s marroni contrariamente a quanto previsto nel contratto: inveirono contro l’organizzazione e sfasciarono il camerino.

Pueblo Concert Ticket
Pueblo Concert Ticket

Quella che a prima vista può apparire come una delle tante frivolezze degli anni 80 in realtà si dimostrò un’intelligente stratagemma che permise ai Van Halen di capire se il contratto era stato letto con attenzione da parte degli organizzatori del concerto: una sorta di campanello d’allarme per tutta la troupe, un invito a controllare ogni singolo aspetto nell’allestimento dello stage al fine di evitare inconvenienti che potessero scalfire l’immagine della band, ma soprattutto provocare incidenti allo staff o al pubblico, tutte cose non gradite ai Van Halen.

David, intervistato a proposito, dichiarò che in quel periodo stavano cominciando a spostare i propri concerti verso la provincia americana, su palchi normalmente non calcati dalle grandi rockstar e quindi presumibilmente allestiti con molta meno attenzione. Dopo una serie di piccoli ma frequenti inconvenienti e qualche incidente evitato per fortuna, la band decise di introdurre questa postilla (nota come articolo 126 o “No Brown M&M’s clause”) nei propri contratti, dimostrando un’accorta strategia imprenditoriale imitata in quegli anni da molti altri artisti.

 

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Dimebag Darrell
Dimebag Darrell

Le cause che indussero il 25enne Nathan Gale a presentarsi armato al concerto dei Damageplan l’ 8 dicembre 2004 sul palco di Alrosa Villa, Columbus, Ohio, sono riconducibili ad una schizofrenia paranoide che lo affliggeva ormai da anni: la passione ossessiva verso la musica dei Pantera lo portò ad essere convinto di essere frequentato regolarmente dai membri della band e le divergenze che portarono allo scioglimento del gruppo furono probabilmente un elemento scatenante di quella follia omicida.

bumblebee guitar
bumblebee guitar

Quella sera ad Alrosa Villa Nathan raggiunge il palco da un ingresso di servizio, fredda Dime con tre colpi per poi rivolgere l’arma verso chi cercava di fermarlo: trovano la morte anche Jeff “Mayhem” Thompson, capo della sicurezza della band che prova ad intercettare Gale dopo i primi colpi, Erin Halk, dipendente del club, che tenta inutilmente di immobilizzare l’aggressore mentre ricarica l’arma, e Nathan Bray, membro del pubblico, mentre tenta di rianimare Dimebag. John “Kat” Brooks, tecnico delle percussioni viene ferito e preso in ostaggio, nel tentativo di Gale di farsi strada tra la folla, finchè l’agente Niggemeyer lo coglie alle spalle esplodendogli un colpo direttamente sul volto con un fucile da caccia, mettendo fine a quella strage.

Spesso le rockstar, soprattutto se legate al mondo dell’heavy metal, tendono a coltivare un’immagine trasgressiva di sè, forse più per un’etichetta che per naturale indole. Dimebag Darrel, ex chitarrista e co-fondatore dei Pantera con il fratello batterista Vinnie Paul, sicuramente può essere annoverato come un’eccezione a questo clichet e la triste fine che lo vide protagonista sul palco di Alrosa Villa, suona come un’evidente ingiustizia nei confronti di chi, durante la sua lunga carriera attraverso glam, thrash e groove metal, aveva sempre rispettato i colleghi e soprattutto i fans.

kiss kasket
kiss kasket

Proprio queste doti umane, oltre che un indiscusso talento alle prese con le sei corde, radunarono per i funerali ad Arlington, Texas, molti fans ed influenti personaggi dell’heavy metal, tanto che alcuni parenti di Dimebag furono indotti dal servizio di sicurezza ad allontanarsi al fine di evitare eventuali esternazioni dei presenti.

Eddy Van Halen si esibì in un assolo con la sua Charvel a righe gialle e nere meglio conosciuta come “Bumblebee” (letteralmente “Calabrone”) e poi la depose nella bara di Dimebag che qualche tempo prima gli aveva chiesto se fosse stato possibile averne una copia. Gene Simmons soddisfò un altro specifico desiderio dell’illustre defunto che ancora in vita dichiarò di voler essere seppellito in un “Kiss kasket”, una bara col logo dei Kiss, probabilmente il più originale nella gamma dei gadgets commercializzati dalla band formatasi a New York nel 1973: non essendoci al momento esemplari disponibili in commercio, Simmons decise di cedere la propria alla famiglia di Dimebag specificando che quel gesto era rivolto a chi, “per qualche strana ragione, ha fondato le proprie radici rock ‘n’ roll ascoltando la nostra musica”.

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Judas Priest - Stained Class
Judas Priest – Stained Class

L’accusa di ispirarsi al satanismo e di divulgare autentici o presunti messaggi distruttivi abilmente celati nei testi delle canzoni, è una costante che accomuna le più grandi band heavy metal a partire dai tempi dei Led Zeppelin, contribuendo ad accentuare l’alone nero che accompagna questo genere musicale. Ogni giudizio in merito è lecito ma molto probabilmente nessuno avrebbe pensato che si arrivasse a richiedere quello della corte del Nevada.

La sera del 23 dicembre 1985, nei pressi della chiesa di  Sparks, Nevada, dopo una giornata passata a bere alcool e fumare marjuana con l’album Stained Class come sottofondo, Raymond Belknap, 18 anni, e James Vance, 20 anni, decidono di metter fine alla loro vita sparandosi un colpo di fucile da caccia direttamente sul viso. Raymond muore sul colpo, James raccoglie l’arma ma nell’imitare l’amico non è altrettanto preciso: l’esplosione gli devasta il volto ma non lo uccide: se la cava con 140 punti di sutura e una lenta agonia che lo accompagna per 3 anni finchè non è un’overdose a stroncarlo definitivamente.
Durante la degenza in ospedale successiva all’accaduto, Vance (foto… per chi ha fegato), in una lettera alla madre, dichiarò che alcool e musica heavy metal come quella dei Judas Priest li avevano indotti a ricercare nella morte la risposta alla loro vita. In un’intervista successiva Vance disse che l’ascolto di quella musica aveva un effetto su di lui paragonabile alla pressione del pulsante di autodistruzione nel suo cervello.
Dopo la morte di Vance le famiglie dei due ragazzi decidono di citare in giudizio la band e il 16 luglio del 1990 si apre un processo vero e proprio contro i Judas Priest, accusati di istigazione al suicidio: il pezzo incriminato è “Better by You, Better than Me” che secondo l’accusa contiene l’incitamento “Do it! Do it! Do it!” (Fallo!) percepibile ascoltando il brano al contrario. La difesa si appella al primo emendamento che garantisce la libertà di espressione, ma il giudice decreta questo principio non applicabile ai messaggi subliminali, quindi fa ricorso ad un perito, Anthony Pellicano, che certifica l’inesistenza, o comunque l’involontarietà, di questi messaggi e il 24 agosto di quello stesso anno i Judas Priest, e in un certo senso tutto l’heavy metal, vengono scagionati definitivamente dall’accusa infamante di istigazione al suicidio creando un precedente a cui si rifaranno altri artisti, come ad esempio Ozzy Osborne, chiamati in giudizio per motivi analoghi.
Commentando a giochi fatti nel documentario del 1991 “Dream Deceivers: The Story Behind James Vance Vs. Judas Priest“, il cantante Rob Halford sottolineò che l’incitamento “Do it!” è di per se stesso assolutamente generico ed affermò di non aver comunque mai inserito messaggi nascosti all’interno delle canzoni dei Judas Priest, precisando che nel caso avesse voluto farlo molto probabilmente avrebbe optato per qualche slogan autopromozionale come ad esempio: “Comprate i nostri dischi!”.

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Pete Townshend guitar smash
Pete Townshend guitar smash

La fine degli anni ’60 fu un periodo di accesa protesta e fermento che culminò, musicalmente parlando, con il più grande evento live che la storia ricordi e cioè Woodstock, 1969.

Abbie Hoffman, membro dei Chicago Seven, probabilmente durante quello show si sentì talmente a casa sua che durante una pausa tra Pinball Wizard e Do You Think It’s Alright? si sentì autorizzato a salire sul palco per manifestare il proprio disappunto nei confronti dell’incarcerazione (10 anni) di John Sinclair del Partito della Pantera Bianca, arrestato di aver dato due spinelli a due agenti in incognito. Ebbe giusto il tempo di impugnare il microfono e gridare: “Penso che questo sia un mucchio di merda mentre John Sinclair marcisce in prigione …”, quando Pete Townshend, chitarrista degli Who, lo aggredì colpendolo sulla schiena con la propria Gibson e lo allontanò con una manata sul volto dicendo: “Vaffanculo! Sparisci dal mio cazzo di palco”.

Il resto della band rimase attonita, quindi Pete riprese il microfono e pronunciò una tipica espressione di quel tempo: “I can dig it” (che potremmo tradurre con “Sono d’accordo”) ed intonò il brano successivo, ma probabilmente la cosa lo aveva innervosito oltre misura tanto che subito dopo, rivolto al pubblico, disse: “Il prossimo che sale sul palco lo ammazzo, va bene? Ridete pure, dico sul serio!”

Successivamente Pete dichiarò che Hoffman aveva violato la “santità del palco”, ossia il diritto della band di esprimersi al meglio senza distrazioni che esulano dalla performance puramente artistica. Townshend disse di condividere la protesta intonata da Hoffman, ma in quel momento era assolutamente prioritaria l’esibizione e pertanto avrebbe cacciato chiunque avesse interferito con lo show, indipendentemente da ciò che avesse avuto da dire. Hoffman minimizzò sull’accaduto definendolo un “non incidente” fortuito poichè a suo dire Townshend lo urtò involontariamente.

Purtroppo il tutto avvenne durante un cambio di pellicola e non esistono documentazioni filmate a testimonianza, ciò che resta è una traccia audio che gli Who stessi inclusero in Thirty Years of Maximum R&B (Disco 2, Traccia 20, “Abbie Hoffman Incident”).

Ecco come andò

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