Ulver - War of the Roses
Ulver – War of the Roses

Ammetto di essere grande estimatore delle evoluzioni dei “lupi norvegesi” Ulver e di aver seguito fin dall’inizio il loro percorso musicale, mai lineare, sempre sorprendente e spiazzante, tanto da etichettarli (che brutta parola…) come all’avanguardia in un panorama musicale estremo così desolante come quello attuale. Sono stato anche uno dei pochi fortunati ad averli visti in entrambi i loro unici due concerti italiani. E mentre un anno fa tornai esaltato dalla loro esibizione live al teatro Rasi, poche settimane fa sono rimasto invece perplesso dalla loro performance al Bronson, sempre a Ravenna.

Per prima cosa ho avuto la prova che una band del genere sia da ascoltare seduti comodamente lasciando che la mente e le immagini che partorisce possano viaggiare libere ed indisturbate, senza nessuna distrazione di sorta che comporta il restare in piedi o non riuscire ad essere coinvolti in pieno dalle proiezioni visive tanto care ai nostri norvegesi. Delusione quindi nell’ascoltare dal vivo questo War of the Roses con la riproposizione di un solo vecchio brano (Hallways of Always). Mentre tornavo a casa consolato dalla splendida maglietta ULVER appena acquistata, mi sono messo all’ascolto con più attenzione del disco senza trovare però quella soddisfazione che mi aspettavo. Il precedente Shadow of the Sun ancora una volta aveva spiazzato le mie orecchie, scivolando in un dolce e rassegnato intimismo lasciandomi buonissime sensazioni di fondo, ma in ogni album degli Ulver sono sempre stato abituato a non vivere di vecchi ricordi. Quello che mi è sempre piaciuto della band di Kristoffer Rygg è proprio il fatto di non sapere mai cosa attendermi; è quella eccitazione che solo l’ignoto sa darti.

La produzione del disco è di John Fryer (Depeche Mode, Cocteau Twins, Swans) e la partenza con February MMX ha il sapore di un già sentito tanto risulta simle ad una Lost in Moments svuotata di ogni sussulto, ma soprattutto (cosa più grave per me) resta un episodio completamente avulso dal resto del disco tanto da sembrare un brano “riempitivo” invece del singolo che ha lanciato l’album su Facebook. Con Norwegian Gothic mi torna un po’ di buonumore: brano non lineare, noir e bizzarro, e la sua distorsione è così piacevole da meritare ben più di un ascolto e questo non può che farmi felice. L’intimismo di Providence riporta per un attimo alle atmosfere di Shadow of the Sun e la voce femminile è una dolce carezza, September IV ha un incedere malinconico che si fa aprezzare fin da subito, ma solo da metà brano in poi sprigiona la sua parte migliore. England ha il sapore di un brano interlocutorio mentre Island è un gioiellino avant-garde che finalmente mi lascia spiazzato riportandomi alle emozioni forti e contrastanti di Blood Inside. La voce di Daniel O’Sullivan regna nella “suite” finale, la minimale e sacrale Stone Angels, brano che dal vivo mi ha quasi commosso anche se sul disco quei 15 minuti finiscono per essere un po’ troppo lunghi (sui 45 totali del cd) nonostante un finale davvero da brivido.

Continuerò ad amarli, questo è sicuro ma non posso ammettere di essere rimasto deluso e, nonostante il merito che (forse) avrà nel proiettarli verso una fetta di pubblico più ampio, fa segnare, per il sottoscritto, un piccolo passo indietro rispetto alle mie febbricitanti attese.

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